domenica 10 maggio 2015

Diario di una liceale in gita.

Sono in gita con la scuola e mi pare giusto scrivere a riguardo. La parola "gita" direi che l'abbiamo assaporata tutti, prima o poi. Pullman, i pranzi al sacco con i soliti panini fatti dalle madri apprensive, telefoni scarichi già a metà viaggio, le canzoni che in un modo e nell'altro sappiamo cantare tra le risate, la scelta del posto sul pullman e la scelta del compagno di viaggio. Tutte cose che dobbiamo pur sempre affrontare. 
Mi sono dunque svegliata alle sei e alle sei e mezzo, dopo i baci della mamma e le raccomandazioni, sono uscita per andare al ritrovo. 
La città alle sei, ha un po' lo stesso fascino di quella all'una di notte. È ancora addormentata, assonnata. Non ha voglia di svegliarsi e affrontare l'ennesima giornata che le riserverà, se fortunata, qualche sorpresa. Ma il sole sta sorgendo, già bello tiepido, e la costringe ad alzarsi.
Buongiorno Città. 
Le persone sono poche e non hanno tanto da raccontare. Almeno agli altri. 
Rumori: di tazzine sbattere contro i piattini dei bar, di sedie che vengono sistemate attorno ai tavolini e vengono occupate da qualche anziano scricchiolante e borbottante. Si sente lo strusciare delle scope sul cemento di qualche netturbino annoiato e metodico. È tutto un po' arancione, una sfumatura quasi salmone direi. Il cielo è azzurro. I visi delle persone sono ancora bianchi, da colorare con tutto quello che succederà oggi. 
Sto ascoltando una canzone e fumando una sigaretta e tutto sembra più poetico, più speciale. Non vi è mai successo? Qualcosa di banale, gente che cammina o si ferma davanti alle vetrine, macchine che passano e autobus che si fermano, tutto diventa speciale se stai ascoltando una canzone. Ogni attimo è prezioso e nasce come il bisogno di fotografarlo. 
Su un balcone, stretto e grigio, c'è una donna. Rannicchiata contro la porta finestra con una coperta sulle spalle. Sta fumando una sigaretta. È rimasta come incantata, persa in chissà quale pensiero. Ma dire incantata forse è troppo idillico. La sigaretta le pendeva tra le labbra, tremando leggermente. Nuvole di fumo grigio. Le facciate dei palazzi sempre più arancioni. La donna ha occhi grandi, quasi sbarrati; i capelli sono scompigliati, in disordine. Tutto in lei è in disordine. 
Avrei voluto prendere Corso Roma per sentirmi più importante, come un pavone nel suo giardino, compiacente nella sua solitudine. Ma anche le vie laterali vanno bene. Per alcuni, quelle saranno ancora più importanti. Passo davanti alla panchina dove una volte avevo visto un uomo con in mano una rosa. Era ansioso, preoccupato. Parlava tra se e se, spaventato. Mi chiedo che fine abbia fatto, sia lui che la rosa. L'una sarà sicuramente sfiorita. L'altro spero di no. 
Arrivo finalmente in Piazza. Dall'altra parte ci sono i miei compagni. Sono in ritardo o sono loro in anticipo? Attraverso la Piazza ed è tutto estremamente arancione come un succo all'albicocca con ghiaccio. 
Ho iniziato ad apprezzare questa Piazza solo dopo averlo conosciuto. Ero appoggiata alla colonna del porticato. Ansiosa, felice. Poi l'ho visto venirmi in contro, ma feci finta di non notarlo. Mi tolse le cuffie; era davanti a me, bellissimo. Mi baciò ed ero gioiosa. Trovare l'amore è come trovare il cammino per Eldorado. Difficile, pieno d'inganni, mortale. Ci provano tutti, in pochi ci riescono e quando lo vanno a raccontare agli altri, non vengono creduti. Emana tutto un certo fascino. Ma Eldorado non è per sempre, l'amore nemmeno. Ogni tanto mi vien voglia di mettermi li ed aspettarti ancora. Per me aspettare non è un problema. Basta che prima o poi tu arrivi. 
Trovare te, però, è stato diverso. Non era pianificato, come la ricerca di Eldorado, ma così improvviso e inaspettato che ancora ci penso, a quanto tu sia speciale. Vali come tutto l'oro del mondo, per me, se proprio vuoi saperlo. Sei il mio gioiello più bello, che ho paura che mi venga rubato, che ho paura di perdere. 
Raggiungo gli altri, saluto persone, amici. Prendiamo posto dopo le infinite lamentele per aver dovuto lasciare lo zaino nella stiva e inizia la gita. 

giovedì 12 marzo 2015

Riflessione sul tempo: d'oro sì, ma anche felice.



A quanto pare oggi l'immagine del tempo mi perseguita e mi urla da dietro le spalle di scrivere un post a riguardo. E va bene, Tempo, oggi parlerò di te.

Avevo effettivamente già voglia di farlo stamattina, durante l'ora di religione che oggi è stata particolarmente interessante. A voi può fregarvene relativamente poco di cosa si è detto oggi a scuola durante l'ora di religione, ma dato che siete qui per leggermi, tanto vale.
Ci hanno parlato dunque del'importanza della cena.
Che cretinata, ovvio che la cena è importante, si mangia.
Si, certo, l'ho pensato anche io. Ma più precisamente si parlava dell'importanza del ritrovarsi tutti assieme, famigliari e amici, all'ora di cena, davanti a un bel piatto di lasagne o un triste minestrone a raccontarsi gli eventi della giornata. E anche qui pensi, che cretinata!
O forse no?
Quante volte effettivamente ci fermiamo e ci rendiamo conto di aver passato un attimo pieno di significato, un attimo ricco di gioia o sentimento, bello o brutto che sia? Magari qualche volta dopo una canna, o in un sabato sera particolarmente filosofico con gli amici. Ma è bello fermarsi e apprezzare realmente il tempo che scorre, rendendo utile e significativo ogni secondo che ci corre affianco. Nessuno ha mai detto che sia facile, chiaro.

Gesù quando aveva qualcosa di importante da dire, lo faceva a cena. Non che io sia qui per parlarvi di Gesù quando nemmeno sono credente. Per me Gesù potrebbe anche essere un tizio bohemién che qualche annetto fa sparava idee rivoluzionarie. Ma resta comunque il fatto che anche lui, come noi, sentisse il bisogno di circondarsi di persone care nel momento della cena e condividere con loro un po' della sua vita. Perché andiamo a fare aperitivo al sabato, o al venerdì? Perché proponiamo sempre la pizzata di classe di fine anno che cerchiamo sempre di evitare ma alla fine ci andiamo e ci facciamo anche due risate? E' diventato talmente automatico per noi uscire di casa e "ciao mamma, vado a mangiar fuori con gli amici, torno per le undici", che nemmeno ce ne rendiamo conto; quando alla fine siam lì, davanti alla nostra pizza troppo calda per essere subito addentata, ridendo alla battuta stupida dell'amico intelligente. E magari quella pizzata non è stata nulla di che, tra qualche settimana ce la saremo dimenticata, ma in quel momento noi eravamo lì, insieme ad altre persone, a condividere parte della nostra esistenza rendendola un po' più allegra e colorata.

E arrivata poi la mia amica, presa da un momento un po' più filosofico del solito, a dirmi che il tempo sta passando troppo in fretta. Che le cose successe due anni fa, sembrano risalire giusto a ieri e che la gita di dieci giorni fa è remota e inafferrabile nella nostra mente. Perché? Perché a volte sembra che non stiamo nemmeno vivendo, ma semplicemente portando avanti un corpo pieno di ossa e sangue verso la sua triste e mai troppo lontana fine? Ed è qui che sta il problema.
Il problema del saper rendere ogni momento importante e speciale.
Ci guardiamo indietro e spesso vediamo una massa informe di giornate tutte uguali, piene di sbuffi e sospiri, di sveglie che suonano troppo presto e da tazze di caffè prese troppo tardi. Per fortuna però, ci sono quelle giornate, quegli istanti vivaci che regalano un po' di colore a quell'ammasso grigio di giornate che ci portiamo dietro e ci pesano talmente tanto che vorremmo scappare e andarcene lontano. Lontano. Come se questo lontano fosse la chiave della felicità. Come se questo andarsene possa liberarci da tutto questo grigiume e fumo passivo.

Ma è davvero tutto così triste e orribile? O siamo solo noi che preferiamo navigare in queste acque piene di autocommiserazione e stanchezza? Non basterebbe forse iniziare ad apprezzare i pallidi raggi di sole di marzo e smettere di agognare l'estate, che tanto arriverà comunque e finirà in un battito di ciglia come sempre.
Non voglio fare la lezioncina moralistica sul "siate positivi, amate la vostra vita perché è una sola" (beh, più o meno), ma vorrei solo che vi fermiate con me a pensare.
Fermatevi a pensare alla dolcezza della mamma che ci serve il piatto per primi, alla banalità delle battute del papà mentre sbuccia la frutta, al rumore della televisione di sottofondo che da fastidio ma che alla fine c'è sempre. 

Date valore al vostro tempo perché un giorno finirà e finiremo col ripiegarci sugli ultimi attimi che ci rimangono, sprecandoli a guardare indietro e a pensare alle tante cose che avremmo potuto fare ma che non abbiamo fatto perché eravamo troppo presi ad andare avanti, verso il nulla. 



Claire

mercoledì 4 marzo 2015

Promessa necessaria.


Avete presente quella sensazione quando vi dicono "ti prometto che andrà tutto bene"? Quando magari siete tra le lacrime o la rabbia vi sta rendendo ciechi e pieni d'odio, quando nemmeno riuscite a scrivere su whatsapp il messaggio di sfogo all'amico in questione che vi ascolta un po' sempre perché avete gli occhi appannati dai sentimenti che bruciano dentro di voi.
Ed è qui, che arriva il messaggio.
"Ti prometto che andrà tutto bene."

Mi è capitata di dirla oggi questa frase e risentirla poco dopo in un film. Le situazioni erano effettivamente diverse, e anche le relazioni tra le varie persone lo erano ma le parole erano le stesse.
Ho recentemente imparato che le promesse sono estremamente difficili da mantenere, una sfida con se stessi, una sfida con la realtà, ma sono armi potenti. Sono qualcosa di estremamente forte, che ci condizionano e ci schiacciano, ci spaventano, ci calmano e ci illudono. 
Ci illudono. 
"Ti prometto che andrà tutto bene" credo sia una delle promesse più fasulle e meno proponibili di questo secolo, eppure la facciamo. La facciamo e ce la sentiamo fare. Perché? Trovo sia qualcosa di bellissimo giurare a se stessi, ingannarci, quindi, che le cose per questa persona miglioreranno. Questo non vuol dire che ciò che desideri si avvererà domani, che smetterai di soffrire, che le lacrime saranno finalmente dolci e che le delusioni saranno meno amare; questo vuol dire solo che prima o poi ti tornerà il sorriso, che la tua risata risuonerà tra le tristi vie della tua città, che tanto odi e che il sole rispunterà nel cortile di casa tua, scaldandoti porte e finestre.
Una promessa è un desiderio ardente, un sogno impossibile tra tanti sogni impossibili che forse potrebbe realizzarsi. O forse no. Eppure abbiamo bisogno di questa illusione, abbiamo bisogno di questo ottimismo scadente che ci abbraccia e forse placa la nostra frustrazione ardente, e magari ci fa anche sorridere. Ci promettono che andrà tutto bene, noi annuiamo e ci calmiamo. E' vero.  

Ti prometto che andrà tutto bene, credimi, davvero. 



Claire